Attraverso opere pittoriche e musicali, Manfredo Massironi, Alberto Argenton, Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi hanno mostrato il rapporto tra arte e percezione.
Come si guarda un quadro? Perché osservando un dipinto il nostro occhio tende a cadere su alcuni punti specifici – per esempio un volto, un intreccio di mani o una forma geometrica – piuttosto che su altri? Perché alcune composizioni sono particolarmente intriganti? Cosa fa sì che un’immagine possieda un certo ritmo e una melodia una potenza anche visiva? Sono questi alcuni dei quesiti sottesi alle ricerche sul rapporto tra arte e percezione condotte dalla Psicologia dell’arte, e in particolare dalla Psicologia della Gestalt, indirizzo teorico che si è sviluppato in Austria e in Germania all’inizio del Novecento e che in Italia ha dato luogo a un’importante tradizione di ricerca attorno ai due principali centri di Padova e Trieste. Questa tradizione è stata cara anche ai fondatori della psicologia maceratese, i professori Giuseppe Galli, Anna Arfelli, e Andrzej Zuczkowski. Ivana Bianchi, docente di Psicologia per le classi di laurea di Filosofia dell’Università di Macerata, da sempre svolge le sue ricerche in questa tradizione. Di recente – insieme ai colleghi Tiziano Agostini, Mauro Antonelli, Laura Messina Argenton, Tamara Prest e Ian Verstegen – ha curato la mostra “Arte e percezione nelle opere visive di Alberto Argenton, Gaetano Kanizsa, Manfredo Massironi e nella musica di Paolo Bozzi”, che si è tenuta a Milano dal 24 settembre all’11 ottobre 2024 presso la FrancoAngeli Academy.
Ma facciamo un passo indietro: come nasce il connubio tra arte e psicologia?
Riscoprire la percezione attraverso la Psicologia dell’arte
Già tra ‘800 e ‘900 alcuni indirizzi della storia dell’arte, come la fenomenologia della percezione e la teoria dell’einfühlung, avevano riportato l’attenzione al momento della fruizione e così riconnesso l’opera d’arte con una delle sue funzioni principali: quella di essere vista e percepita come oggetto materiale, oltre che studiata come documento storico. Già allora ci si era cominciati a interrogare sui peculiari fenomeni percettivi che si attivano di fronte a un quadro o a una scultura. Nel corso degli anni, poi, questi studi si sono diramati in vari filoni tra storia dell’arte, filosofia, psicologia e neuroscienze, e quei fenomeni sono stati attribuiti ora al vissuto emotivo del fruitore, ora alle proprietà fisiche dell’oggetto artistico. La Psicologia dell’arte di matrice gestaltista e fenomenologica li colloca nel mezzo – nella percezione – e ha deciso di studiarli con un approccio che ricongiunge scienze fisiche e scienze morali. Ricongiungimento forse necessario perché, in un mondo dove c’è una continua proliferazione di immagini, non si può non incrociare i saperi per leggerle con il maggior rigore possibile.
Quest’indirizzo ci ricorda che l’opera d’arte si dà innanzitutto come “realtà fenomenica”, ovvero come fenomeno immediatamente osservabile attraverso la percezione. Quest’ultima è un po’ come un arco teso tra le proprietà espressive dell’oggetto e il sistema psicofisiologico del fruitore: una zona immateriale e intersoggettiva, dove avviene lo scambio di stimoli che precede le integrazioni cognitive e tuttavia non meno importante di queste poiché, senza stimoli sensoriali, non sarebbe possibile nemmeno comprendere e studiare l’opera. In un certo senso, la Psicologia dell’arte sembra suggerire che l’opera d’arte non vada considerata come un sistema chiuso che si esaurisce nella creazione, bensì come un continuo work in progress che coinvolge l’occhio dell’osservatore.
Ma esattamente cos’è la Psicologia della Gestalt?
La Psicologia della Gestalt è una delle principali correnti della psicologia della percezione e si è sviluppata in Austria e in Germania negli anni ’10 del 900 ad opera di studiosi come Max Wertheimer, Wolfgang Köhler e Kurt Koffka. Dal tedesco, gestalt vuol dire “forma”, considerata in questo caso nel significato più ampio di “struttura, composizione”.
«A me piace chiamarla “fenomenologia sperimentale”, seguendo i miei maestri Paolo Bozzi, Manfredo Massironi, Ugo Savardi» – spiega Ivana Bianchi – «uno studio sperimentale dei fenomeni così come appaiono che ci è utile per studiare la percezione non solo dell’ambiente ecologico, ma anche di un’immagine o di un brano musicale».
Che si tratti della composizione di un dipinto o di una composizione musicale, la questione è infatti che la forma dell’opera d’arte ci si dà come una sintassi: una struttura organizzata che tiene insieme le singole parti in una totalità e che questa corrente della psicologia tenta di ricostruire attraverso una specie di “grammatica della vista”. La tesi di fondo della Psicologia della Gestalt potrebbe infatti essere riassunta con questa frase di Koffka: «il tutto è qualcosa di diverso dalla somma delle parti», il che vuol dire che una melodia non è la somma delle note dello spartito così come un quadro non è la somma dei suoi tratti di colore, ma che entrambi sono piuttosto un’architettura complessiva di corrispondenze reciproche tra singoli elementi.
Psicologia e arte in mostra: applicazione della Psicologia della Gestalt alle opere di Alberto Argenton, Gaetano Kanizsa, Manfredo Massironi e Paolo Bozzi
«L’idea di fondo di quest’indirizzo della psicologia è che per studiare la percezione non dobbiamo studiare il sottostante – ovvero i processi profondi e inconsapevoli di quello che oggi definiamo cervello – ma aprire gli occhi, guardarci intorno e osservare il mondo organizzato così come ci si dà, alla ricerca delle leggi della percezione», spiega Ivana Bianchi.
E l’opera d’arte si presenta come il luogo privilegiato di quest’indagine. Ecco perché, coerentemente con l’assunto per cui la psicologia va osservata e l’arte va fruita, assieme agli altri studiosi coinvolti nel progetto si è deciso di restituire al pubblico una mostra sul rapporto tra arte e psicologia che analizza gli aspetti percettivi dell’opera.

Patrocinata dal Dipartimento di Psicologia e dall’Aspi (Archivio storico della psicologia italiana) dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, la mostra si è tenuta a Milano dal 24 settembre all’11 ottobre 2024 in occasione del convegno di psicologia “Mind, Perception, Reality” promosso dalla Society for Gestalt Theory and its Applications (GTA). L’idea nasce, da un lato da un’intenzione che Mauro Antonelli (dell’Università di Milano Bicocca) accarezza da tempo, e cioè quella di costruire un museo permanente di psicologia e arte; dall’altro si è nutrita del successo di una precedente mostra tenutasi a Macerata nel 2007, sempre in occasione di un convegno promosso dalla stessa Society for Gestalt Theory and its Applications e dedicata alla ricerca visiva nelle opere di Manfredo Massironi (1937-2011). La mostra milanese è stata questa volta estesa alla produzione di altri tre artisti psicologi: Alberto Argenton (1944-2015), Gaetano Kanizsa (1913-1993) e Paolo Bozzi (1930-2003). La peculiarità di questi quattro artisti è che si sono dedicati sia alla ricerca psicologica che alla sperimentazione artistica.
«L’obiettivo» – spiega Ivana Bianchi – «era mostrare a un tempo gli esperimenti della produzione artistica di questi autori e il loro contributo agli studi di psicologia della percezione di ispirazione gestaltista, utilizzando le opere artistiche come occasioni per vedere in atto e comparativamente alcuni fenomeni percettivi comuni».
E infatti circa 20 opere per ciascun autore sono state selezionate e raggruppate tematicamente sulla base dei seguenti fenomeni percettivi: completamento amodale, completamento da cornice, figure anomale, trasparenza percettiva, concavità-convessità e buona continuazione. Si tratta di fenomeni che sperimentiamo quotidianamente pur non essendone consapevoli e che è stato possibile mettere in evidenza attraverso l’allestimento delle opere. La mostra svela perciò anche a un pubblico non esperto quei fenomeni per cui il nostro sistema percettivo completa visivamente parti di oggetti nascoste dietro altri oggetti (completamento amodale) o vede come trasparenti due superfici sovrapposte che in realtà sono opache (trasparenza percettiva).


Agli studi sulle superfici pittoriche si aggiunge poi quello della percezione acustica, analizzata attraverso la musica dello psicologo e compositore Paolo Bozzi. Le sue 8 composizioni per viola, violino e violoncello hanno fatto da sottofondo alla mostra permettendo di riconoscere “in atto” diversi fattori di organizzazione percettiva acustica, tra cui il fenomeno noto come auditory streaming: ovvero quando «sulla base del principio di organizzazione della vicinanza, quello per cui elementi vicini si raggruppano assieme» – spiega Bianchi – «avviene una segregazione di melodie sovrapposte a livello acustico».
La mostra ha riscosso molto successo in particolare tra gli studenti, sia universitari che delle accademie, tanto che si è pensato di renderla itinerante e portarla anche a Macerata. Nel 2023 è stato infatti firmato un accordo tra 5 Università italiane – Milano, Udine, Trieste, Firenze, Verona e Macerata – per costituire una rete scientifica di collaborazione e disseminazione sulle ricerche della Psicologia della Gestalt.
Ma quindi, come si guarda un quadro?
In conclusione, la fruizione dell’opera d’arte sembrerebbe configurarsi come un labirinto di processi psichici, fisiologici e cognitivi che si diramano in infiniti rivoli di sensazioni, emozioni e pensieri. L’incontro-scontro tra il soggetto fruitore e l’oggetto fruito dà luogo a una fusione tra il sistema percettivo del visitatore, la realtà fenomenica dell’opera e, attraverso di essa, anche l’universo cognitivo dell’artista che l’ha creata. Il risultato è un macro-universo di fenomeni percettivi e cognitivi che restano attivi oltre le distanze di spazio e tempo. Iniziative come quella raccontata in questo articolo cercano di intercettarli spaziando tra teoria e pratica e ci ricordano che l’opera d’arte non si esaurisce nel processo creativo e nella messa in cornice, ma che è lì che aspetta di essere vista, fruita, interrogata. In un mondo in cui si tende a cercare nelle opere d’arte significati e risposte certe, gli studi di psicologia della percezione ci insegnano a farci domande a partire da quello che può sembrare ovvio – la percezione –, ma che ovvio non è, e ad esplorare le possibilità della fruizione. Perché, per rispondere ad uno dei quesiti iniziali, non c’è un modo univoco di guardare un’opera d’arte, purché la si guardi.