di John Mc Court, Rettore, Università di Macerata

Oscar Wilde fa dire a Lord Darlington, nel terzo atto di Lady Windermere’s Fan:

“A cynic is a man who knows the price of everything and the value of nothing.”  — Oscar Wilde, Lady Windermere’s Fan, atto III, 1892

Questa frase non l’ho scelta come ornamento. L’ho scelta perché è la diagnosi più precisa che conosca del momento che stiamo attraversando nel mondo e più precisamente nell’università. Sappiamo misurare i costi di un dipartimento di studi umanistici. Sappiamo calcolare il numero di iscritti a un corso di storia medievale. Sappiamo costruire e leggere ranking. Quello che oggi fatichiamo a fare — e questa è la crisi vera, non quella dei bilanci — è ragionare sul valore.

Il valore non è il prezzo. Ma sembra che oggi, sempre più spesso, li stiamo confondendo. E non è un errore da poco.

II.

La pressione che tutti sentiamo — sugli iscritti, sui costi, sull’utilità immediata — spinge nella stessa direzione: verso un’università che trasmette e certifica, ma non scopre. È una deriva che riguarda ogni tipo di ateneo, non solo quelli umanistici. E il modo più silenzioso in cui si manifesta è la lenta sostituzione della ricerca con la divulgazione.

La divulgazione — per quanto eccellente — ricombina ciò che esiste già. La ricerca produce ciò che non c’era. Questa distinzione, che sembrava ovvia, è diventata urgente nel momento in cui l’intelligenza artificiale ricombina miliardi di testi con una velocità e una fluidità che nessun ricercatore o divulgatore potrà mai eguagliare. Se ci riduciamo a trasmettere e sintetizzare conoscenza esistente, diventiamo come la scuola secondaria, diventiamo versioni meno efficienti di uno strumento già disponibile su qualsiasi dispositivo. Non è lì che sta il nostro valore.

Il nostro valore sta nella capacità di fare e trasmettere ricerca, di produrre connessioni imprevedibili, non formulaiche. Di fare una domanda che nessuno aveva ancora fatto. Di fare domande scomode. Di mettere insieme elementi che nessun protocollo avrebbe associato. Quella capacità si chiama ricerca. E si coltiva, o si perde.

Non è una difesa delle humanities contro le altre discipline. È una domanda che riguarda tutti noi: che tipo di università vogliamo essere? Un luogo che scopre, o un luogo che ripete?

III.

C’è una frase che circola spesso attribuita a Einstein. La trovate su migliaia di siti. Recita così:

“Not everything that can be counted counts, and not everything that counts can be counted.”  — William Bruce Cameron, Informal Sociology, 1963

Non è di Einstein. È del sociologo William Bruce Cameron. Lo dico non per pedanteria — sono un letterato, la filologia è in qualche modo il mio mestiere — ma perché questa correzione è essa stessa un esempio di ciò di cui parliamo. Stabilire chi ha scritto una frase, in quale contesto, con quale intenzione: questo è lavoro umanistico. Ed è un lavoro che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, ha ancora imparato a fare con affidabilità. Anzi.

Ma la sostanza della frase resta vera, e ci riguarda direttamente. I nostri sistemi di valutazione della ricerca sono costruiti intorno alla capacità di contare. Contano articoli, citazioni, impact factor, h-index. Conta la quantità. Contano ciò che è contabile secondo metriche nate in ambito scientifico-sperimentale e applicate, con scarsa riflessione critica, a discipline che hanno un’epistemologia radicalmente diversa.

Il risultato è che monografie, edizioni critiche, commenti, traduzioni annotate — i prodotti più caratteristici e spesso più significativi della ricerca umanistica — vengono sistematicamente sottostimati. Non perché valgano meno. Perché il nostro sistema di misurazione non è attrezzato per vederli o valutarli come ci vuole. E’ più facile contare che entrare nel merito.

Ma il problema non è solo di strumenti inadeguati. È anche di strutture che non sostengono ciò che dichiarano di voler promuovere. Quando il sistema chiede interdisciplinarità ma le carriere restano fortemente disciplinari, l’interdisciplinarità diventa una scelta personale, a volte rischiosa, un eroismo individuale, non un percorso che può rafforzare una carriera accademica. Allo stesso tempo, quando si valuta tutto nel brevissimo periodo, si disincentiva strutturalmente la ricerca che richiede tempo. E la ricerca umanistica — quella vera, quella che sposta la conoscenza — richiede tempo.

IV.

Voglio soffermarmi su questo punto, perché è il più importante e il meno compreso, anche dentro le nostre istituzioni.

Le scienze sperimentali costruiscono validità attraverso replicabilità, controllo statistico, campioni rappresentativi. È un metodo potente e efficace, e non è in discussione. Ma i suoi oggetti — fenomeni fisici, reazioni chimiche, comportamenti biologici — sono disponibili al controllo sperimentale. Si possono ripetere. Si possono isolare.

Gli oggetti della ricerca umanistica no. Un testo, un’opera, un evento storico, un’istituzione, una pratica culturale: sono immersi nel tempo, spesso irrecuperabili nella loro singolarità, non disponibili a nessun esperimento controllato. Questo non significa che la ricerca umanistica sia meno rigorosa. Significa che il suo rigore è di natura diversa.

Gadamer lo ha detto in modo chiaro:

“Il caso individuale non serve solo a confermare una legge da cui ricavare previsioni: il suo ideale è piuttosto comprendere il fenomeno stesso nella sua unicità e concretezza storica.”

Questa è la differenza che conta. Se voglio stabilire una regolarità statistica, posso lavorare su un campione — non ho bisogno di esaminare ogni singolo caso, mi basta un insieme rappresentativo da cui trarre conclusioni generali. Ma se voglio stabilire l’unicità di qualcosa — autenticare un manoscritto, attribuire la paternità di un testo, ricostruire il significato preciso di un concetto in una certa epoca, tracciare la storia di un’istituzione o di un movimento — allora devo confrontarmi con tutto ciò che può fare differenza per quella domanda specifica.

Il motivo è semplice: nella statistica, un dato in più aggiusta leggermente la stima. Nella ricerca storica, il documento che non hai ancora letto potrebbe essere quello che cambia tutto il quadro. Come ricercatore, devo poter dire che ho esaminato tutto ciò che potrebbe confutare la mia ipotesi.

Questo è un lavoro enormemente più impegnativo di quanto non appaia a chi guarda dall’esterno. E produce una conoscenza che nessun altro metodo produce: la conoscenza dell’irripetibile, del contestuale, dello storicamente situato.

In tutti i casi in cui una società ha bisogno di sapere l’unicità di qualcosa — e sono casi tutt’altro che rari: riguardano il patrimonio, la memoria, il diritto, l’identità culturale, la verità storica — può riferirsi soltanto alla ricerca umanistica. Questa non è una rivendicazione corporativa. È una descrizione di ciò che facciamo, e di perché è insostituibile.

V.

Ma c’è un argomento che ritengo ancora più fondamentale, e che è anche il più difficile da tradurre nel linguaggio dei (pur importanti) piani strategici e delle schede di valutazione.

Le humanities (e anche le scienze dure) esistono perché esiste la curiosità umana. Non la curiosità finalizzata, non la curiosità a progetto, non quella che risponde a una direttiva economica, un bando europeo, o a una priorità politica. Ben vengono i finanziamenti mirati per la ricerca di questo tipo, per la applicata, ma ci serve pure la ricerca libera e di base. Ci serve nutrire la curiosità come condizione antropologica: il bisogno di capire chi siamo, da dove veniamo, che cosa ci hanno lasciato quelli che sono venuti prima di noi, che cosa significa vivere in una cultura e non in un’altra.

Questa curiosità non si programma. E la ricerca che ne nasce ha bisogno di qualcosa che i nostri sistemi di valutazione trattano sempre di più come un lusso: il tempo. Tempo per pensare lentamente. Per rileggere. Per dubitare di ciò che si credeva di sapere. Per sbagliare.

Su questo punto vorrei che ci fermassimo un momento, perché la parola ‘errore’ nel discorso accademico contemporaneo è diventata quasi impronunciabile. I sistemi di valutazione premiano i risultati, non i percorsi. Premiano le certezze pubblicate, non i dubbi attraversati. E’ probabilmente giusto così. Eppure a molte delle grandi scoperte si arriva per errori. Non per niente, in uno dei passi più citati di Ulysses, Joyce fa dire a Stephen Dedalus:

“A man of genius makes no mistakes. His errors are volitional and are the portals of discovery.”  — James Joyce, Ulysses, 1922

Non è una boutade. Joyce sta descrivendo qualcosa di preciso: che il grande ricercatore — come il grande artista — non subisce l’errore, lo accetta, lo abita. Lo trasforma in domanda. Lo usa come varco verso ciò che non aveva previsto e che nessun progetto finanziato avrebbe potuto anticipare.

Una ricerca che non può sbagliare non è ricerca: è, non so come dire, l’applicazione di una linea d’indirizzo. E un’università che non lascia tempo per sbagliare — che misura tutto in cicli annuali, che chiede rendicontazione prima ancora che la riflessione abbia avuto il tempo di maturare — non è un luogo di scoperta. Ripete, non scopre. Lo vediamo in modo sempre più nitido nel mondo dei dottorati: dottorandi che, prima ancora di aver avuto il tempo di entrare davvero nella loro domanda di ricerca, stanno già pensando alle prime pubblicazioni. Non è una critica a loro — è un sintomo. Un sistema che premia l’output prima del pensiero, la quantità prima della qualità, il “prodotto” prima della scoperta, produce esattamente questo: ricercatori costretti a correre prima ancora di sapere dove vogliono andare.

Le scoperte più fertili nella storia del pensiero raramente sono nate da ricerche programmate per rispondere a un’esigenza immediata. Sono nate da qualcuno che aveva tempo, e libertà, e una curiosità abbastanza tenace da seguire una domanda senza sapere dove portasse. Restituire questo tempo è una responsabilità istituzionale, non un gesto romantico.

VI.

A questo punto qualcuno potrebbe dire: tutto bello, ma il mercato del lavoro chiede altro. È un’obiezione che merita una risposta.

Prendiamo il Future of Jobs Report 2023 del World Economic Forum — non esattamente un’istituzione nota per il suo fervore umanistico. Il rapporto elenca le dieci competenze più richieste dal mercato del lavoro nei prossimi anni. Le prime cinque sono: pensiero analitico, pensiero creativo, resilienza e flessibilità, motivazione e autoconsapevolezza, curiosità e apprendimento continuo. Seguono alfabetizzazione digitale, affidabilità, empatia e ascolto attivo, leadership, capacità di lavorare con l’IA e i big data.

Nove competenze su dieci sono esattamente ciò che le humanities allenano in modo sistematico. Non per caso, non come effetto collaterale: per loro natura costitutiva. Il pensiero critico si esercita leggendo e interpretando testi complessi e contestandoli. L’empatia si forma studiando culture e realità diverse dalla propria. La resilienza cresce confrontandosi con l’ambiguità e l’incompletezza che sono il pane quotidiano della ricerca umanistica. La curiosità — ne abbiamo già parlato — è il motore primo di questa tradizione di studi.

Il mercato del lavoro, dunque, non chiede meno humanities. Chiede esattamente le competenze che le humanities producono. Il problema è che non le riconosce con quel nome — e spesso nemmeno noi sappiamo comunicarle con la necessaria chiarezza.

Ma c’è un secondo livello, oltre le competenze individuali. Le grandi sfide del nostro tempo — la guerra o meglio le guerre, il cambiamento climatico, l’impatto dell’intelligenza artificiale, le migrazioni, le disuguaglianze — non sono problemi tecnici con soluzioni tecniche. Sono problemi tecnici ma ancora di più sono problemi umani, storicamente situati, culturalmente complessi. Non è possibile affrontarli senza un approccio radicalmente umano interdisciplinare.

La filosofia offre gli strumenti per analizzare le implicazioni etiche e culturali delle nuove tecnologie. La storia e la sociologia aiutano a capire i cambiamenti sistemici che generano. La linguistica illumina i meccanismi con cui funzionano e con cui vengono raccontati. E vale il contrario: la fisica e la biologia possono ispirare nuove narrazioni capaci di raccontarci qualcosa di noi. L’arte e il design possono generare soluzioni ingegneristiche che nessun ingegnere, da solo, avrebbe immaginato. Nessuno ce la fa da solo. E nessuna disciplina, da sola, vede tutto.

Siamo a Macerata, la città che ha dato i natali a Matteo Ricci. Un umanista che imparò il cinese, studiò Confucio, matematica, teologia, filosofia, padroneggiò l’astronomia — e proprio per questo aprì un dialogo che nessun tecnico, da solo, avrebbe potuto aprire. Non è una cattiva immagine di ciò che chiediamo oggi all’università.

Il segreto dell’innovazione è tutto qui: la contaminazione tra mondi che sembrano distanti. E questa contaminazione non avviene per decreto. Richiede istituzioni e contesti di lavoro che la rendano possibile, sistemi di valutazione che la incentivino, carriere che non la penalizzino.

Nuccio Ordine ha scritto nel suo Manifesto:

“Esistono saperi fine a sé stessi che — proprio per la loro natura gratuita e disinteressata, lontana da ogni vincolo pratico e commerciale — possono avere un ruolo fondamentale nella coltivazione dello spirito e nella crescita civile e culturale dell’umanità.”  — Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile. Manifesto, 2013

È un’idea che John Henry Newman – fondatore del Catholic University of  Ireland che poi è diventato University College Dublin, l’uomo che Joyce descrisse come un “tiresome footling little Anglican parson” aveva formulato con precisione quasi un secolo e mezzo prima, costruendo il progetto intellettuale dell’università moderna. In The Idea of a University scriveva “Knowledge is capable of being its own end. Such is the constitution of the human mind, that any kind of knowledge, if it be really such, is its own reward” – che la conoscenza è capace di essere fine a se stessa — non strumento, non investimento, non certificazione. Quel ‘fine a sé stessa’ non è un lusso idealistico: è la condizione perché l’università resti un luogo di pensiero libero, e non diventi un erogatore di competenze su commissione.

Per come la leggo io, la parola chiave, per Ordine, non è ‘inutile’. È ‘gratuito’. Un sapere gratuito non è un sapere vuoto: è un sapere che non deve rendere conto a nessuna logica di prezzo o profitto immediato, e proprio per questo può vedere ciò che i saperi vincolati non riescono a vedere. È quella libertà di sguardo e di sguardo lungo che l’università deve proteggere.

Questa libertà non è astratta. Si perde in modi molto concreti: quando mancano i fondi, quando i fondi vengono assegnati solo per seguire determinate priorità politiche, quando la ricerca è finanziabile solo se produce risultati prevedibili in tempi brevi.

L’università, invece, deve poter dire anche ciò che non conviene dire; cercare anche ciò che non produce risultati immediati; formare anche ciò che non entra in un grafico trimestrale. Questa capacità — spesso invisibile nel breve periodo — è ciò che rende il sistema universitario un’infrastruttura civile essenziale. La libertà della ricerca e dell’insegnamento è una tutela per tutti, non un privilegio per pochi. In Italia questa consapevolezza è stata scritta nella costituzione con particolare chiarezza: non come diritto isolato, ma come responsabilità della Repubblica verso cultura, ricerca e formazione. E, come ogni libertà autentica, va protetta e rinnovata: ci vuole rigore, correttezza scientifica, responsabilità. Sappiamo bene cosa accade quando la libertà della ricerca scientifica viene limitata o soppressa: lo abbiamo visto in Italia nella lunga ferita rappresentata dal fascismo. Oggi, però, le minacce possono essere più silenziose meno ovvie: non solo pressioni dirette, ma deficit di finanziamento e precarietà, che indeboliscono didattica, ricerca e amministrazione. L’autonomia, senza risorse, rischia di ridursi a una parola nobile ma fragile. L’esempio più drammatico ce lo offre oggi, in tempo reale, quanto sta accadendo negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump, attraverso il Department of Government Efficiency (un nome che fa pensare ad un romanzo di Orwell), ha cancellato oltre mille borse e finanziamenti del National Endowment for the Humanities — fondi già approvati dal Congresso, già assegnati, già in corso. Il lavoro di screening – per escludere progetti considerati troppo vicini alle politiche di DEI – Diversity, Equity, and Inclusion – è stato fatto da Chatgpt sulla base di una semplice ricerca di parole chiavi. Le lettere di rescissione inviate ai beneficiari dicevano esplicitamente che l’agenzia stava ‘reindirizzando i propri finanziamenti in una nuova direzione in attuazione dell’agenda del Presidente’. Non è un taglio per ragioni di bilancio. È un taglio politicamente orientato. È la negazione, per decreto, della libertà di sguardo di cui parla Ordine. Altro che “the land of the free”.

Non cito questo per fare comparazioni facili, né per evocare scenari catastrofici. Lo cito perché ci ricorda che la libertà non è garantita per natura, non è scontata: va difesa, finanziata, istituzionalizzata.

VII.

Viviamo in un momento in cui strumenti che scrivono, argomentano, riassumono, traducono sono diventati accessibili a chiunque. L’intelligenza artificiale non è un fenomeno futuro: è già dentro le nostre università, dentro le nostre aule, dentro le tesi dei nostri studenti.

Di fronte a questo, sento spesso due reazioni opposte e ugualmente sbagliate. La prima: il panico. La seconda: l’entusiasmo acritico. Nessuna delle due aiuta.

Quello che aiuta è una constatazione semplice: la macchina produce testi. Ma la domanda decisiva — questo testo è vero? è fondato? è pertinente? è giusto in questo contesto? — resta una domanda umana. E rispondere a quella domanda richiede esattamente le competenze che le humanities allenano: senso critico, conoscenza storica, capacità interpretativa, consapevolezza del contesto.

Il mondo oggi non soffre di mancanza di contenuti. Siamo inondati di informazioni. Soffre di mancanza di criteri. E i criteri non si generano automaticamente: si formano, lentamente, attraverso l’educazione umanistica. Togliere le humanities dall’università e dalle società tutta nel momento in cui l’IA prolifera è come togliere i freni a un’automobile che accelera.

VIII.

Fin qui ho parlato di ciò che è in gioco. Voglio ora dire, più concretamente, che cosa possiamo fare — nelle nostre istituzioni e insieme. Non ho tutte le risposte, e non credo che qualcuno in questa stanza le abbia. Le humanities sono molte e variegate, i contesti istituzionali diversissimi. Ma di una cosa sono convinto: non possiamo continuare ad adattarci passivamente a regole e criteri pensati per altri. Dobbiamo smettere di rispondere e cominciare a proporre. Dobbiamo trovare voce — e usarla.

La prima è rendere visibili le competenze umanistiche come infrastruttura cognitiva avanzata. Ragionare in condizioni di incertezza, interpretare contesti, comunicare complessità, riconoscere i propri bias, tenere insieme dati e narrazioni, valutare l’impatto sociale di una tecnologia: queste abilità si allenano nelle discipline umanistiche in modo sistematico, rigoroso, non improvvisato. Il problema è che i curricula raramente le rendono esplicite, e i sistemi di valutazione non sanno misurarle. Lo studente le acquisisce, ma non sa nominarle. Il mercato del lavoro le cerca, ma non sa riconoscerle con quel nome. E noi, come istituzioni, spesso non le mettiamo in evidenza nemmeno nelle nostre descrizioni dei corsi.

Dobbiamo avere il coraggio di farlo. Nominare queste competenze nei programmi formativi — non come ornamento, ma come obiettivi dichiarati e verificabili. Renderle visibili nei titoli, nei syllabus, nelle descrizioni dei percorsi di studio, nei colloqui con gli studenti. Insegnare loro a riconoscere ciò che stanno imparando, oltre a impararlo.

È una strada necessaria, non solo auspicabile. Perché non sappiamo — e non possiamo sapere — quali lavori faranno i nostri laureati tra cinque, tra dieci anni. Molti dei lavori che andranno a fare oggi non esistono. Prepararli solo per il mercato di quest’anno significa consegnarli impreparati al mercato di domani. Le competenze che le humanities allenano — ragionare nell’incertezza, interpretare contesti nuovi, comunicare complessità, adattarsi senza perdere orientamento — sono esattamente quelle che resistono all’obsolescenza. Non perché siano vaghe, ma perché sono fondamentali.

Analogamente, dobbiamo dotarci di criteri per valutarle che siano coerenti con la natura del nostro lavoro — non trasposizioni meccaniche di metriche pensate per altri contesti. Un letterato che ha trascorso tre anni a lavorare su un archivio non produce un h-index: produce una competenza interpretativa che vale, e che dobbiamo imparare a rendere leggibile.

Questo non è chiedere privilegi. È chiedere coerenza: che i criteri con cui misuriamo il valore del lavoro umanistico siano all’altezza di ciò che quel lavoro effettivamente produce.

La seconda mossa è portare le humanities al centro della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale — non ai margini, non come complemento ornamentale. L’IA cambia il modo in cui si produce conoscenza, si scrive, si traduce, si argomenta, si decide. Senza competenze linguistiche, storiche, etiche e giuridiche, l’adozione dell’IA nelle istituzioni rischia di essere cieca e non governata: tecnicamente sofisticata e culturalmente inconsapevole.

Le humanities non sono un freno all’innovazione. Sono la condizione perché l’innovazione sia responsabile, inclusiva e orientata a fini che la società ha scelto consapevolmente.

La terza mossa è costruire un’interdisciplinarità reale. L’Europa ci sta già andando: il primo rapporto di monitoraggio su Horizon Europe mostra che una larga quota dei progetti include almeno un partner di area umanistica e sociale. Non è un dato marginale: è un segnale strutturale di come le istituzioni europee stanno ridefinendo il perimetro della ricerca.

In Italia, invece, il sistema resta organizzato attorno a carriere fortemente disciplinari: settori concorsuali piccoli ed esclusivi, riviste, spesso di alta qualità, che però rischiano di diventare autoreferenziali — e che, va detto, beneficiano spesso più l’editore che la comunità scientifica. Chi lavora in modo interdisciplinare lo fa quasi sempre a proprio rischio: il suo contributo non è facilmente riconoscibile nei termini richiesti dai sistemi di valutazione, le sue pubblicazioni non entrano nei canali giusti, la sua carriera rallenta. L’interdisciplinarità, in questo sistema, è una scelta rischiosa.

Dobbiamo cambiare questo — ma non come singoli. Il cambiamento che serve è collettivo: coinvolge le università, ma anche le società disciplinari, che hanno la responsabilità e l’autorevolezza per suggerire come ridefinire i criteri di qualità dall’interno. Ci vuole dialogo con l’Anvur, Cun, il Ministero. Alleanze tra atenei, risultati valutabili su più fronti, cantieri comuni su grandi temi — patrimonio e digitale, democrazia e disinformazione, migrazioni e coesione, salute e narrazioni. Cantieri in cui il contributo umanistico non sia subordinato, tollerato, aggiunto in coda a un progetto già definito altrove. Ma costitutivo: presente fin dalla formulazione della domanda di ricerca.

È lì che si misura la differenza tra un’interdisciplinarità vera e una di facciata.

CoARA — l’accordo europeo per la riforma della valutazione della ricerca — ci offre una cornice. In Italia conta già cinquantotto istituzioni aderenti. È un cantiere vero. Ma per ora è più un allineamento di principi che una riforma incorporata nei meccanismi che contano davvero — le carriere, i finanziamenti, il VQR, i criteri con cui si valutano le sedi. Il lavoro da fare è lì.

IX.

Chiudo con Calvino quando scrive:

“La letteratura è necessaria alla politica prima di tutto quando dà voce a chi non ce l’ha.” — Italo Calvino, Perché leggere i classici, 1991

Calvino parlava di letteratura e di politica. Io parlo di humanities e di università. Ma il ragionamento è lo stesso: la funzione più profonda delle discipline umanistiche non è produrre competenze spendibili — anche se le produce tante. Non è alimentare le industrie culturali — anche se le alimenta e come. È dare voce, strumenti, linguaggio, memoria e immaginazione a chi deve capire il mondo e orientarsi in esso.

Questa funzione non si delega ai curatori di museo, né agli educatori, né alle guide turistiche, né ai divulgatori. Si radica nella ricerca. Perché senza ricerca umanistica non c’è conoscenza umanistica. E senza conoscenza, tutto il resto — la formazione, la mediazione culturale, il patrimonio, la cittadinanza — diventa fragile, o riproducibile su commissione, o sostituibile da una macchina sufficientemente addestrata.

Se invece scegliamo, anche solo per inerzia, la logica del breve periodo, delle metriche facili, dell’utilità immediata — allora avremo università che trasmettono bene, che rendicontano bene, che si allineano perfettamente alle esigenze del mercato di quest’anno. Istituzioni efficienti, misurabili, riconoscibili nei ranking. Ma istituzioni che hanno perso qualcosa di essenziale: la capacità di fare domande che nessuno ha ancora fatto, di seguire una curiosità senza sapere dove porta, di produrre conoscenza che non era prevedibile. Istituzioni che hanno perso la loro anima.

E avremo smesso di scoprire. E un’università che ha smesso di scoprire ha smesso di essere università.

Intervento tenuto in occasione dell’Incontro nazionale delle Direttrici e dei Direttori dei Dipartimenti di Studi Umanistici “Il futuro delle Humanities nell’Università italiana“, Macerata, 12-13 marzo 2026