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L’avventurosa storia degli archivi della potente famiglia Farnese, tra dispersioni, guerre e nuove prospettive di ricerca

La storia della famiglia Farnese, una delle dinastie più influenti dell’Italia rinascimentale e barocca, è anche la storia di un patrimonio culturale immenso e purtroppo frammentato. Gli archivi della famiglia, insieme al loro patrimonio artistico e bibliotecario, hanno attraversato secoli di trasferimenti, dispersioni e distruzioni, da Parma a Napoli e Roma, fino a giungere ai giorni nostri in uno stato di conservazione disomogeneo. Il prof. Pierluigi Feliciati, docente di archivistica all’Università di Macerata, guida l’opera di ricostruzione di questa complessa eredità, illuminando aspetti poco conosciuti ma fondamentali per capire la storia del nostro Paese e il valore attuale degli archivi.

La famiglia Farnese e il loro patrimonio culturale

I Farnese, originari della Tuscia, si affermarono come famiglia nobile e potenti attraverso una serie di alleanze strategiche e matrimoni, in particolare legandosi allo Stato della Chiesa. Feliciati spiega: “I Farnese nascono come piccoli militari al servizio in guerre interne tra i Comuni toscani e laziali, ma con una politica molto accorta riescono a salire la scala del potere, fino a vedere un Farnese diventare papa, Paolo III”. Fu proprio Paolo III a creare il Ducato di Parma e Piacenza, insediando suo figlio Pierluigi Farnese come duca, un passo decisivo che portò la famiglia al governo in Emilia per due secoli.

“Il patrimonio degli archivi comprende documentazione medievale, corrispondenze diplomatiche, politiche militari e di governo, per un periodo cruciale della storia italiana”, sottolinea Feliciati. La famiglia però si estinse nel 1731 e il ducato passò ai Borbone di Spagna. Da qui comincia la travagliata vicenda del trasferimento di tutto il patrimonio farnesiano, inclusi archivi e una biblioteca importantissima, fino a Napoli dove fu portato per motivi politici e militari.

Il viaggio rocambolesco degli archivi tra Parma, Napoli e Roma

Il trasferimento degli archivi fu un’odissea che vide i materiali attraversare montagne e mari. “L’Ercole Farnese – ad esempio – una statua enorme, non poteva essere portata sulle montagne e quindi fece un vero e proprio giro d’Italia, da Procida a Venezia fino a Napoli”, racconta Feliciati. Questo spostamento segna l’inizio di una frammentazione che negli anni successivi portò a varie dispersioni e perdite.

Gli archivi tornarono in parte a Parma per ragioni amministrative, mentre la parte più antica e importante rimase a Napoli, dove però furono gravemente danneggiati da eventi bellici, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale. “A Napoli è rimasto molto poco dell’archivio diplomatico più antico, quello su pergamena, a causa dei bombardamenti del 1943”, spiega il docente. A Parma, la situazione è leggermente migliore, ma gli archivi risultano ancora molto disordinati e frammentati.

Una nuova visione archivistica: raccontare ciò che non c’è più

Il progetto di ricerca condotto con la professoressa Concetta Damiani dell’Università della Campania nasce dalla necessità di non limitarsi agli studi parziali e separati dei patrimoni conservati nelle diverse città. “Abbiamo pensato che fosse necessario un approccio multiluogo, perché troppo spesso gli archivi sono considerati radicati in un solo luogo, come una quercia, invece sono come foglie sparse dal vento della storia”, osserva Feliciati. Il lavoro non si ferma alla narrazione di ciò che è rimasto, ma si concentra anche su ciò che è andato perduto: “Raccontare le assenze è fondamentale, perché l’assenza di un documento può dire molto, a volte più della presenza, spiega Feliciati, riguardo a documenti distrutti o nascosti che parlano di scelte di memoria e di oblio”. La ricerca è raccolta e approfondita nella pubblicazione intitolata “I Farnese tra Roma, Parma e Napoli: una storia archivistica. Dispersioni, perdite e prospettive per la ricerca”. Questo volume, uscito nel 2025 per EUM e disponibile Open Access, offre un quadro diacronico dettagliato delle vicende degli archivi Farnese, documentando i trasferimenti e le perdite subite nel corso dei secoli. Il volume non è solo una ricostruzione storica, ma propone una riflessione metodologica originale e contemporanea rispetto alla gestione, tutela e valorizzazione di un patrimonio complesso e disperso su più sedi.

Il patrimonio come chiave per la storia delle comunità

Il valore degli archivi e del patrimonio culturale dei Farnese si riflette anche nelle comunità che abitano quei luoghi storici, da Parma a Napoli, Roma e altri siti minori. Feliciati sottolinea l’importanza della dimensione sociale del patrimonio: “La convenzione di Faro mette in evidenza come siano le comunità a promuovere e valorizzare il patrimonio culturale. Non è solo un insieme di edifici o documenti, ma una rete di persone e storie che si intrecciano”.

A Napoli, ad esempio, il patrimonio farnesiano è alla base della grandezza artistica e culturale del Settecento borbonico, mentre a Parma i segni della dominazione Farnese sono palpabili ancora oggi nelle istituzioni e nelle collezioni. La sfida, secondo Feliciati, è superare rivalità storiche e instaurare un dialogo tra le diverse città: “Parma e Napoli devono scambiarsi e condividere inventari degli archivi per garantire una migliore tutela e valorizzazione di questo immenso patrimonio”.

Verso un futuro di collaborazioni e valorizzazioni

Il futuro della conservazione e dello studio degli archivi Farnese passa attraverso una collaborazione trasversale tra archivi, biblioteche e musei, con una visione integrata che Feliciati chiama MAB: musei, archivi e biblioteche. “Solo così può esserci una rappresentazione completa e piena del patrimonio, che non sia confinata in un solo luogo, ma che dialoghi con tutte le istituzioni che custodiscono pezzi di questa storia”.

La moderna digitalizzazione, insieme a progetti di cooperazione tra istituzioni e narrazioni integrate, apre nuove prospettive per far tornare visibili e accessibili pagine dimenticate della storia farnesiana e italiana. “Il nostro obiettivo è mettere ordine e chiarezza, perché anche gli studiosi più attenti devono sapere cosa c’è dove e perché, per fare ricerche efficaci e sviluppare una conoscenza condivisa e diffusa”.