La professoressa Francesca Salis del Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo dell’Università di Macerata racconta il suo lavoro di ricerca tra disabilità, neurodiversità e diritti.

La disabilità è una condizione di complessità. È da questo presupposto che parte la riflessione della professoressa Francesca Salis, docente di Pedagogia all’Università di Macerata, che da anni si occupa di disabilità cognitive e comportamentali, con particolare attenzione ai disturbi dello spettro autistico, al basso e alto funzionamento, e ai nuovi ambiti di studio legati alla neurodiversità.

Il suo lavoro di ricerca si muove in direzione di una “mappatura dei territori”, un’espressione che racchiude tanto la dimensione concreta delle disuguaglianze quanto quella più simbolica e interiore delle esperienze di vita.

«I territori – spiega Salis – non sono solo geografici o sociologici, ma anche spazi interiori, luoghi di scoperta che ci permettono di capire le differenze e di costruire sistemi inclusivi, equi e solidali».

Neurodiversità e nuove sfide educative

Nel panorama della disabilità, emergono oggi condizioni che non possono più essere considerate soltanto “deficit” ma differenze di funzionamento. Salis studia in particolare due ambiti ancora poco esplorati in Italia: l’Alto Potenziale Cognitivo e l’Alta Sensibilità.
Il primo riguarda persone con quozienti intellettivi molto superiori alla media — a volte oltre 150 o 160 — e con bisogni educativi e relazionali peculiari: «Hanno difficoltà nella socializzazione e spesso non vengono riconosciuti né valorizzati, fino a rischiare fenomeni di dispersione scolastica».
L’Alta Sensibilità, invece, riguarda circa il 20% della popolazione mondiale e implica una particolare profondità percettiva, emotiva e sensoriale: «Significa vedere e sentire il mondo in modo diverso — dice la docente — non si tratta di una patologia, ma di una differenza che chiede comprensione e linguaggi nuovi».

La professoressa Francesca Salis ai microfoni del Social@b

La cura come fondamento della comunità

Uno dei temi centrali nella ricerca di Salis è quello della cura, intesa non solo come relazione educativa o assistenziale, ma come responsabilità collettiva.

“La cura – ricorda – non è solo un gesto individuale, ma un principio politico e comunitario. Le persone più fragili ci mostrano le vulnerabilità che appartengono a tutti noi.”

Richiamandosi ai classici del pensiero greco e alla medicina narrativa, Salis sottolinea l’importanza di un approccio che coniughi tecnologia e umanità, riconoscendo nella relazione e nella parola strumenti di conoscenza autentica.

Le ricerche si fondano su un approccio qualitativo e narrativo. Le storie di vita diventano il mezzo per comprendere la complessità delle esperienze, al di là dei numeri e delle categorie.
«Attraverso i racconti – spiega – emergono significati, emozioni, visioni del mondo. La narrazione ci riporta accanto alla persona».

Mappare per riconoscere e includere

La “mappatura” di cui parla Salis è dunque un processo di conoscenza e di consapevolezza: individuare bisogni, strutture mancanti, aree di esclusione, ma anche valorizzare le differenze come risorsa.
Nelle Marche, ad esempio, mancano ancora centri dedicati all’Alto Potenziale Cognitivo e percorsi di formazione per il personale scolastico. «Questo comporta una doppia perdita – osserva –: quella individuale, per chi non trova riconoscimento, e quella collettiva, perché la società rinuncia a intelligenze e sensibilità preziose».

Una pedagogia per i diritti

Per Salis, la sfida dell’inclusione è innanzitutto una questione di diritti: «Troppo spesso pensiamo che siano acquisiti una volta per tutte, ma non è così. La diversità continua a fare paura. Serve un cambio di sguardo: dalla pietà al riconoscimento, dal bisogno alla dignità».
La disabilità, conclude, «non è una malattia, ma una condizione strutturale che chiede di essere accolta nella sua interezza. Mappare i territori delle differenze significa, in fondo, imparare a conoscere meglio anche noi stessi».