Il nuovo volume di Tommaso Farina esplora le traiettorie educative della fiducia nell’epoca della postmodernità
In un tempo in cui la fiducia sembra incrinarsi — nelle istituzioni, nelle relazioni, perfino nelle nostre capacità individuali — il docente di Pedagogia sociale e delle emergenze presso il Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo dell’Università di Macerata, Tommaso Farina, propone una riflessione articolata e necessaria.
Il suo ultimo volume, “Geografie della fiducia. Alleanze educative tra famiglia, scuola e territorio” (Edizioni Junior, 2025), affronta il tema della fiducia come categoria educativa e sociale, indagandone i significati, le radici e le possibilità di rinascita.

Farina parte da una domanda centrale: come si costruisce oggi la fiducia, in un’epoca segnata da instabilità, crisi e mutamento? Una domanda che diventa, nelle sue parole, una sfida pedagogica:
«Viviamo un tempo caratterizzato da una crisi della fiducia nelle nostre capacità e nel futuro. La velocità con cui cambiano le situazioni, tipica della postmodernità, ci costringe a ripensare come e dove nasce questa categoria, e a riportarla dentro l’albero della pedagogia sociale».
Le radici psicopedagogiche della fiducia
Il primo capitolo del volume offre un solido impianto teorico, intrecciando due grandi riferimenti: John Bowlby, con la teoria dell’attaccamento, ed Erik Erikson, con il paradigma dello sviluppo psicosociale.
Due autori apparentemente distanti, ma che — spiega Farina — «convergono sull’idea che la fiducia si costruisca nella relazione: dalla figura materna o di accudimento nei primi anni di vita, fino agli insegnamenti che riceviamo nei contesti di crescita».
La fiducia, dunque, non è un dato statico, ma un processo dinamico e situato: nasce dal legame, si alimenta nel riconoscimento e si rinnova nei contesti sociali.
Educatori, genitori e comunità: i custodi della fiducia
Nel secondo capitolo, l’autore indaga il ruolo degli attori sociali — genitori, insegnanti, educatori, volontari — nel consolidamento della fiducia delle nuove generazioni.
In un’epoca segnata da “nuove povertà educative”, la fiducia diventa un bene comune da coltivare insieme, attraverso un’alleanza educativa tra scuola, famiglia e territorio.
«Non basta un contesto scolastico efficace — sottolinea Farina — serve un ambiente di vita stimolante, capace di offrire esperienze di reciprocità e cooperazione».
Il volume analizza in questa prospettiva anche il concetto di Learning Cities, le “città educanti”, ovvero quelle municipalità che si organizzano per rispondere alle disuguaglianze formative.
Milano, Roma, Bologna e Napoli sono alcuni dei casi osservati da Farina, che ne mette in luce le pratiche di rete, il monitoraggio delle povertà educative e le iniziative di partecipazione giovanile.

Educare alla fiducia: pace, sostenibilità, cittadinanza
«Per ricostruire la fiducia — spiega il docente — bisogna educare a ciò che la alimenta: la pace, la sostenibilità, i diritti, la consapevolezza civica. Temi spesso trascurati nei curricoli, ma fondamentali per formare cittadini attivi e consapevoli». Il volume si fa così portavoce di una pedagogia che non si limita a interpretare la realtà, ma che la trasforma attraverso l’educazione.
Un esempio concreto è l’esperienza del progetto “Ci sto? Affare fatica!”, attivo in numerosi comuni marchigiani, tra cui Gradara, dove Farina ha partecipato come osservatore esterno. Il progetto coinvolge adolescenti tra i 12 e i 19 anni in attività estive di cittadinanza attiva e servizio alla comunità.
«Durante quel tempo ‘libero’ — racconta Farina — i ragazzi riscoprono le proprie capacità, la fiducia in sé e negli altri, attraverso la fatica condivisa, la collaborazione e la responsabilità. È un esempio di come le reti locali possano diventare laboratori di fiducia collettiva».
Crisi come opportunità
Una delle riflessioni più originali del volume riguarda il significato pedagogico della crisi. «Nel testo — spiega Farina — la crisi non è solo una frattura, ma un’occasione per rigenerarsi. È nel cadere e nel rialzarsi che apprendiamo e trasformiamo noi stessi».
In questo senso, Geografie della fiducia invita a considerare la vulnerabilità non come limite, ma come condizione costitutiva dell’educazione e della crescita umana.
Un invito a ricostruire legami
Nell’ultimo capitolo, l’autore apre una prospettiva che unisce teoria e prassi:
«La soluzione non sta nel cercare ricette, ma nel riscoprire il valore delle relazioni educative e della dimensione comunitaria. Oggi siamo spinti all’individualismo, ma è solo nella relazione — familiare, scolastica, territoriale — che la fiducia può rinascere».
Geografie della fiducia è, dunque, più di una pubblicazione accademica: è un invito a riconnettere le geografie interiori e sociali del nostro tempo, a restituire all’educazione il compito più alto — quello di rigenerare la fiducia nel mondo e nel futuro.