La prof.ssa Rosita Deluigi racconta un approccio alla ricerca che lascia il laboratorio per entrare nelle scuole, nelle comunità, nelle piazze. Non si studia “l’altro”: si costruisce con lui, in un processo circolare in cui teoria e pratica si ridefiniscono a vicenda.

Nell’immaginario collettivo, la ricerca scientifica è spesso associata a laboratori asettici o a biblioteche silenziose. Tuttavia, come emerge dalle riflessioni della Prof.ssa Rosita Deluigi, esiste una pedagogia “in movimento” che trova la sua linfa vitale proprio laddove la vita accade: nelle scuole, nelle comunità del terzo settore, nei centri di accoglienza e nelle piazze. È la ricerca pedagogica sul campo, un approccio che trasforma l’indagine teorica in un’azione trasformativa e collettiva.

La sfida del decentramento: disorientarsi per comprendere

Fare ricerca sul campo oggi richiede, prima di tutto, un cambio di postura. La sfida più grande per il pedagogista non è applicare un protocollo, ma essere capace di mettersi in discussione. Come sottolineato da Deluigi:

“Bisogna essere capaci di disorientarsi e di collocarsi nei contesti con grande attenzione, con grande cura e anche con un po’ di intuizione”.

Occorre abbandonare la pretesa di possedere modelli precostituiti da “somministrare” ai contesti. Al contrario, il ricercatore deve saper abitare i luoghi, cogliendo bisogni che spesso non sono visibili a un primo sguardo superficiale. Questa “decolonizzazione” del sapere implica un passaggio dal centro alla periferia: il ricercatore si decentra, mette in discussione il proprio capitale di competenze e lo mette in rete con i saperi locali. Non si studia “l’altro”, ma si costruisce “con l’altro” uno spazio di dialogo simmetrico.

La prof.ssa Deluigi ai microfoni del Social@b.

Ricerca-azione: il binomio della circolarità

Il cuore pulsante di questo approccio è la ricerca-azione. Non si tratta semplicemente di fare ricerca e poi, in un secondo momento, applicarla. È un processo circolare costante: l’idea teorica alimenta la sperimentazione pratica, e i risultati della pratica ridefiniscono la teoria.

Secondo Deluigi, l’intera dinamica poggia su un unico, fondamentale prefisso: “CO”. Questa sillaba racchiude un approccio integrato che parte dalla co-progettazione, intesa come la capacità di immaginare insieme i percorsi da seguire, per arrivare alla co-creazione di interventi capaci di incidere concretamente sulla qualità della vita. Il cuore di questo processo è il riconoscimento di tutti i soggetti coinvolti come co-agenti: un patto di cittadinanza attiva che vede tutti protagonisti della scena sociale.

In questo senso, l’Università di Macerata si pone come ponte, attivando accordi con enti e istituzioni per trasformare il territorio in un laboratorio vivente di inclusione e dialogo intergenerazionale.

Citizen science: la scienza con la cittadinanza

L’obiettivo ultimo di questo impegno è il passaggio dalla scienza per la cittadinanza alla scienza con la cittadinanza. È il paradigma della Citizen Science: una produzione di conoscenza che non appartiene solo agli esperti, ma che nasce dalla collaborazione attiva tra accademia e società civile. In questo processo, le scoperte non sono solo dati statistici, ma riguardano la scoperta di sé in relazione agli altri e la generazione di nuove possibilità di vita comunitaria.

La restituzione dei risultati non può limitarsi alle pubblicazioni accademiche. Deve farsi polifonica, utilizzando linguaggi plurali che includano l’“integrazione tra i linguaggi delle arti e i linguaggi educativi”. Narrare la ricerca significa valorizzare i saperi che già esistono nei contesti, utilizzando canali espressivi che non riducano l’esperienza a una sola dimensione. Significa restituire le voci del campo senza filtri paternalistici, creando un racconto collettivo in cui anche chi è solitamente “oggetto” di studio diventa narratore della propria esperienza.

L’etica del restare, la libertà di transitare

“Il futuro della pedagogia sul campo – dice Deluigi – abita la tensione tra transito e permanenza. Il transito è la capacità di attraversare più contesti collegialmente, avvalendosi di sguardi polifonici e un po’ camaleontici, come quelli degli studenti. La permanenza, invece, è la scelta di restare per dare una certa longitudinalità ai progetti”.

In questo equilibrio tra il movimento del viaggio e la cura della sosta, la pedagogia si fa bene comune: una pratica che, come conclude, richiede un’“attenzione e intenzione verso i contesti che si abitano come ricercatore e ricercatrice” per trasformarli, insieme, in luoghi di apprendimento comune.

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