Copertina: Cronache Junior
Dalle interviste al libro: bambini e ragazzi raccolgono le storie del passato e riscoprono un patrimonio inestimabile. Fiabe, leggende e i racconti della scuola di una volta che da aneddoti diventano il cuore di un dialogo tra generazioni.
La memoria come ponte tra generazioni, tra le storie ascoltate in famiglia e quelle custodite tra i banchi di scuola. È questo il cuore del progetto che vede collaborare l’Università di Macerata e l’Istituto comprensivo “V. Monti” di Pollenza, in un percorso che coinvolge le classi della scuola primaria e della secondaria di primo grado.
Dietro le definizioni accademiche — letteratura per l’infanzia e storia dell’educazione — c’è un lavoro profondamente umano, guidato dal gruppo di ricerca composto da Anna Ascenzi, Lucia Paciaroni ed Elena Girotti. Con i più piccoli, il progetto parte dalle storie fantastiche raccontate dagli adulti: fiabe, miti, racconti d’infanzia o frammenti di memoria familiare. Con i ragazzi più grandi, invece, lo sguardo si sposta sulla scuola stessa, attraverso storie, ricordi e aneddoti legati al passato dell’istituto.

Aspetto fondamentale è la memoria, intesa non come sinonimo della “grande storia”, ma delle “grandi storie”, quelle dei nostri nonni, dei nostri vicini di casa, che raccontano non solo un passato concreto – negli aneddoti legati alla scuola – ma anche quell’insieme magico di fiabe e leggende intercalate da racconti di vita quotidiana con cui una comunità cresce e si costituisce. Memoria che si fa memorie: storia individuale che si fa collettiva, storia di tutti.
«Con la scuola primaria “A. Frank” di Pollenza abbiamo lavorato al recupero della memoria attraverso un dialogo intergenerazionale – ci spiega Girotti – che presuppone la memoria non come qualcosa di fisso: noi costruiamo la nostra memoria. Protagonisti sono stati i 150 bambini che hanno intervistato gli adulti di loro conoscenza affinché raccontassero delle storie ad alta voce, raccolte insieme nel libro “C’era una volta…Una storia!” (Giaconi Editore)».
Pubblicazione però che non cade dal cielo: «Il progetto si è articolato in tre momenti – continua Girotti –, il primo con la professoressa Paciaroni e Simone Giaconi ha avuto come obiettivo quello di spiegare ai bambini come si cerca una storia, come ci si approccia con le fonti orali e come si realizza un libro. Un secondo incontro, sempre con la docente, ha chiarito loro come si svolge un’intervista orale. Infine, loro stessi sono diventati autori e cercatori di storie. Non c’è stato un approccio trasmissivo: abbiamo chiesto ai bambini che domande avrebbero voluto fare e le abbiamo costruite insieme partendo dalle loro proposte in un processo di co-costruzione e partecipazione attiva».
Simile ma più approfondito il lavoro portato avanti invece dalla secondaria di primo grado “V. Monti” sulla storia della scuola, sugli aneddoti che tratteggiano com’era una volta stare dietro i banchi in un piccolo paese come Pollenza.
«Abbiamo lavorato anche qui sulle fonti orali per ricostruire la storia della scuola – racconta Paciaroni – con due lezioni teoriche proprio su questo argomento e su come condurre un’intervista. I ragazzi hanno poi cercato persone dai 70 anni in su, intervistandoli sulla loro esperienza a scuola, e adesso stanno lavorando alla pubblicazione che verrà presentata il prossimo giugno».
Che siano fiabe o racconti di scuola, perché tutta questa attenzione sulla memoria? Non bastano i pranzi di famiglia, o i cenoni della Vigilia con i nonni per accedere a queste conoscenze? La parola chiave è proprio «dialogo intergenerazionale», come approfondisce la professoressa Anna Ascenzi:
«Un dialogo che porta un impatto sociale, la creazione di una comunità, di un senso. Non c’è in questi progetti solo il recupero di una memoria individuale, ma di una memoria collettiva, che può favorire un senso di appartenenza ad un gruppo di persone».
«Se queste interviste non le avessero mai fatte – aggiunge Paciaroni – queste storie le avrebbero perse, o non le avrebbero mai conosciute. Prima di ogni storia – in “C’era una volta…Una storia!” – abbiamo anche il ricordo personale del testimone legato a quel racconto, come “questa storia me la raccontava mio nonno davanti al fuoco”. Poi abbiamo anche le diverse versioni della stessa storia, che sia la Sibilla o il Ponte del Diavolo di Tolentino, in base a come vengono tramandate dalle varie famiglie».
Il mimino comun denominatore è l’idea di patrimonio, nella ricchezza dei racconti e dei rapporti che si creano attraverso quei racconti; nelle emozioni che vengono suscitate rivivendoli, rinarrandoli o ascoltandoli per la prima volta. Memoria materiale, quando diventa libro, o nei documenti, negli annali, e immateriale, quando resta storia, ricordata sul divano o attorno a un tavolo. «La nostra missione come storici e ricercatori – conclude Ascenzi – è gettare esche per recuperare e valorizzare la memoria materiale e immateriale, un patrimonio per la collettività, non solo per la ricerca scientifica».
